Febbraio 2009. La protesta che infiamma la Fiat di Pomigliano d’Arco non è solo una conseguenza della grande crisi, ma anche l’ultimo atto di una questione meridionale: ambigua, anomala, complicata e mai risolta.
Non c’è dubbio, che il fantasma della crisi mondiale che minaccia il mondo dell’auto faccia tremare anche la Fiat, ma vale anche la pena di chiedersi perché questa minaccia si trasformi quasi in una condanna annunciata proprio per lo stabilimento di Pomigliano, dove la tensione è salita ormai alle stelle e una soluzione vera, che non sia solo l’ennesimo palliativo, sembra ancora lontana.
L’orgasmo della globalizzazione finanziaria spinge sempre di più gli stakeholders pubblici e privati ad immaginare un’economia solo teorica, sganciata dai luoghi, tradendo una semplice quanto fondamentale intuizione “cattenea”: l’economia fondata invece sulla storia e sulla geografia dei territori.
La crisi della Fiat di Pomigliano non può prescindere dalla storia di una società, l’Alfa Romeo, e di un insediamento, l’Alfasud, figli dell’IRI e della Cassa per il Mezzogiorno; e questo epilogo (che nessuno vuole e si augura, soprattutto per le migliaia di posti di lavoro che andrebbero perduti) è solo l’ultimo atto di un secolo di manovre finanziarie ed aziendali spesso sfortunate e di interventi statali straordinari.
È una storia di anomalie, di una società salvata dallo Stato nel 1933, di uno stabilimento creato dallo Stato nel 1968, e poi svenduto alla Fiat nel 1986. In questa storia non ci sono regole di mercato: tutto è straordinario, e non si capisce come, giunti a questo punto, un mercato (in crisi) ed uno Stato (in evidente affanno) possano trovare delle risposte “ordinarie” ed indolori.
