Fotoreporter di provincia. I suoi scatti rifiutati dal museo d’arte contemporanea sono finiti sul sito web di Roberto Saviano, perchè Gaetano Massa sa guardare negli occhi le periferie napoletane e quelle della vita; davanti alle quali il mondo borghese ha imparato invece a volgere lo sguardo…
L’ultima mostra l’ha conclusa il mese scorso a Bologna, dove frequenta l’ultimo anno del Dams; una rassegna voluta dall’istituto psichiatrico Minguzzi, col patrocinio di Asl e Provincia, per raccontare il disagio mentale oggi – ora e qui, tra di noi – a trent’anni dalla legge 180, la famigerata “Basaglia”, che nel 1979 chiuse le porte dei manicomi.
Le fotografie di Gaetano Massa raccontano le periferie della vita, oltre che delle città: scorci urbani ed umani, luoghi fisici dell’emarginazione, oltre i confini della metropoli borghese. Ha 27 anni, Gaetano, e viene dalla provincia di Napoli. Da Casoria, dove c’è anche un bel museo di arte contemporanea, dove però i suoi scatti non li hanno trovati interessanti. Ma si sbagliano di grosso. Perché sarà anche giovane, Gaetano, ma è proprio bravo, e non è un caso se due dei suoi lavori sono stati pubblicati sul sito internet di Roberto Saviano ( www.robertosaviano.it ), autore del best-seller Gomorra.
A Bologna collabora per “Carta”, “Il Manifesto”, “Piazza Grande”, “Narcomafie”; ma per il primo reportage, “I vicoli di Casoria” (Carta, 2007), gli è bastato andarsene in giro per la sua città: un vecchio paese ormai saldato alle periferie napoletane, con una densità abitativa da metropoli sudamericana. Il centro storico sfregiato, le sbarre alle finestre, il colore del cemento che domina il paesaggio e le vite della gente; ma anche i soprannomi, le storie, i rigurgiti di una cultura contadina e artigiana che sopravvive ostinata, ma senza speranza. Un viaggio nel sottoproletariato urbano che Gaetano ha continuato per le strade di Casavatore, Napoli Est, Poggioreale, San Pietro a Patierno, Afragola, e per le campagne del vesuviano, per realizzare poi “Periferie napoletane: storie e segni rionali”.
Il suo obiettivo guarda negli occhi i ragazzini, i vecchi, le signore; e c’è un pudore ed una malinconia, in quegli occhi; c’è un esilio, una condanna da scontare, non si sa per quale colpa (hanno occhi che parlano, i ragazzini dietro le sbarre della finestra). E non c’è alcun facile, abusato, torbido voyerismo del degrado, in questi scatti; che cercano solo, invece, una dignità umana che vada oltre la marginalità sociale.
