Napoli, 17 feb 2009. All’Università “Federico II” si è discussa la tesi di laurea di Giuseppe Pesce in Letteratura italiana (relatore prof. Tobia R. Toscano, votazione 110/110 e lode) intitolata: “Malacqua di Nicola Pugliese, piccolo capolavoro del secondo Novecento”, uno studio che si propone di tracciare il primo profilo organico dell’opera di questo straordinario autore continuamente riscoperto e dimenticato.
Giornalista prim’ancora che scrittore, uomo schivo e disincantato, sempre lontano dai “salotti buoni” della cultura, Pugliese si è ritirato da alcuni anni in un paesino dell’Irpinia. Nel 2008, un piccolo editore napoletano è riuscito a fargli pubblicare una raccolta di racconti (La Nave Nera, Compagnia dei Trovatori, Napoli 2008).
Ma, ad oltre trent’anni dalla sua pubblicazione, è ancora il suo romanzo a far parlare. Malacqua si è infatti trasformato in un caso letterario: un libro introvabile (Einaudi ne stia preparando una riedizione, ma non a breve) alternamente riscoperto e dimenticato, che ha vissuto una vera e propria mitizzazione, divenendo un cult per le nuove generazioni di scrittori napoletani.
La prima parte di questo saggio inquadra la genesi di Malacqua: il giornalista Nicola Pugliese davanti alla Napoli a cavallo degli anni Sessanta-Settanta, città problematica che si trascina le sue questioni irrisolte (prima tra tutte quella urbanistica), ma che tenta sempre scaltramente di vivere del mito della cosiddetta “napoletanità”.
Si ricercano, poi, le coordinate letterarie del romanzo, da subito avvicinato al “realismo magico” di Marquez, ma nel quale possono invece scorgersi ben più numerose suggestioni: dalle ambientazioni kafkiane al gaddiano “Dolore” autobiografico, al divagante monologare dei grandi del Novecento (primo tra tutti Joyce) e forse finanche l’eco della poesia di Eliot.
Si analizza, infine, la struttura narrativa, che risente di qualche influenza del Nouveau Roman (superandone però gli intenti meramente “avanguardistici”), e la scrittura di Pugliese, influenzata da Stefano D’Arrigo e singolarmente contaminata dal linguaggio burocratico.
La seconda parte del saggio, invece, partendo dalla vicenda editoriale di Malacqua, ripercorre le tappe dell’alterna fortuna del romanzo. Dalla fredda accoglienza tra gli scrittori napoletani, alla lenta maturazione del caso letterario, inquadrato nella perifericità di Napoli e in un “dibattito generazionale” forse non ancora adeguatamente definito.
Per la prima volta, sono censiti e commentati tutti i principali contributi critici su Malacqua. Dalle “prime note” di Luigi Compagnone, ad un pressoché ignorato saggio breve del 1978; per passare, dopo il lungo silenzio degli anni Ottanta, alla ripresa del dibattito suggerita da Silvio Perrella, e portato avanti da appassionati recensori come De Core (artefice, forse, della definitiva “consegna al mito” di Malacqua e del suo autore) e Lombardi, con i suoi interventi su Repubblica. Un dibattito alimentato anche da occasionali interviste a Nicola Pugliese, personaggio elusivo e perciò forse più intrigante; e rilanciato nel 2008 dalla pubblicazione di una sua raccolta di racconti, voluta da un piccolo e perseverante editore.
Otto racconti nei quali si possono riconoscere altrettante “declinazioni” dell’opera maggiore, intorno ai quali la Fondazione Premio Napoli (presieduta da Silvio Perrella) ha riunito molti scrittori della nouvelle vague partenopea. Per i quali, Malacqua è ormai un mito.
