Adesso, quando piove, si ripara. Ha smesso di guardare fuori, Nicola Pugliese, autore a metà degli anni Settanta di un libro straordinario, continuamente riscoperto e dimenticato, costruito proprio intorno alla pioggia “che cade e cade“.
Malacqua – è questo il titolo del libro – fu pubblicato dalla Einaudi alla fine di giugno del 1977. Era stato Italo Calvino, autorevole consulente della casa editrice torinese, a leggere la prima versione dattiloscritta del romanzo. E a richiedere all’autore delle modifiche, apportate, e poi altre ancora, questa volta rifiutate. Pugliese aveva posto il suo aut-aut: o così, o niente. E alla fine, il libro fu stampato come era uscito dalla penna – anzi, dalla Olivetti – dell’autore.
Malacqua offre interessanti spunti di riflessione critica, perché è un frutto solitario nel panorama letterario italiano – e meridionale – sotto diversi punti di vista. È infatti un riuscitissimo anti-romanzo, costruito con un’ottima padronanza della lingua, frutto di suggestioni cronachistiche e riconducibile a varie coordinate letterarie.
Ma forse, più di tutto, seppure senza alcuna diretta dipendenza imitativa, l’opera di Pugliese ha qualcosa di un Gadda (così come per Cecchi, Gadda aveva «qualche cosa di un Joyce» ), al punto che lo stile e gli intendimenti di Malacqua potrebbero definirsi “Gaddiano-rientrati”.
Non parliamo, qui, dell’inarrivabile laboratorio linguistico del Gran Lombardo, sprone del cimento di autori come Arbasino e Manganelli.
Il pastiche di lemmi (di lingue, di voci) di Gadda, in Pugliese si trasforma piuttosto in un pastiche logico, di pensieri, sulla scia della grande tradizione novecentesca europea di Musil e Joyce, Proust e Kafka.
Sensazioni, sentimenti, descrizioni, dialoghi, ragionamenti si aggrumano, così, in una “cronaca-verbale” di «quattro giorni di pioggia nella città di Napoli», infilati con una suspense da racconto giallo, «in attesa che si verifichi un Accadimento straordinario». Come nel Pasticciaccio di Gadda, il giallo resterà senza soluzione, confermando che la possibilità di chiarire tutti i nessi di una vicenda, di trovare una soluzione unica ed inconfutabile, è solo un’illusione, in un mondo complesso, confuso e sfaccettato come quello reale.
Ma questa dura constatazione, che lascia parziali ed incompiute le opere di Gadda, non ferma Pugliese, che riesce invece a superarla, aiutato certo dalla materia stessa del racconto: il genius loci di Napoli. Ovvero la contraddizione, la straziante convivenza della natura con la propria storicizzazione. Come dice nelle prime pagine del libro, di «tutta questa vita che se ne scivola via» e della gente che «vive interminabilmente, giorno su giorno» .
Quel “dolore” a cui l’ingegnere Gonzalo Pirobutirro – protagonista autobiografico della Cognizione del dolore – si avvicina, di cui assume lentamente contezza, è lo stesso sentimento, forte e confuso, del giornalista Andreoli Carlo, altrettanto autobiografico protagonista di Malacqua. Per lui e per gli altri abitanti di Napoli, però, il dolore ha la forma di un miraggio: l’attesa, tra speranza e timore, che «certo qualche accadimento straordinario si sarebbe verificato, in qualche luogo della città» . Così, nei quattro giorni di pioggia, i castelli risuonano di gemiti strazianti, vengono ritrovate tre inquietanti bambole, il mare insegue gli scugnizzi nei bassi, le monetine di cinque lire prendono a suonare.
Pugliese racconta questi episodi fantastici senza inventarsi alcuna “tregua”, senza il bisogno di ricorrere ad alcuna sospensione del tempo e della storia: gli eventi incantati accadono negli stessi giorni in cui sprofondano strade e crollano palazzi, uomini e donne muoiono, mentre altri continuano uguale la propria vita.
È la conferma che la materia della fabula è proprio Napoli in quanto “topos di contraddizione”, spazio-tempo in cui, per un atroce scherzo dionisiaco, convivono gioco e morte.
Il dolore, così, non rumina più nello stomaco (come accadeva a Gadda-Gonzalo) ma rigurgita alla bocca, come il vino all’ebbro. Scrive Pugliese: «quell’accadimento tremendo sarebbe giunto, oh certo, sarebbe giunto, era ciascuno pronto a giurarci, e delle cose avrebbe mutato ogni prospettiva. Per queste strade nascoste umide della città altro non sopravviveva che l’attesa, e provvisorietà sconcertante infida scendeva a incidere i pensieri e niente scampava, niente tranne che questo senso disperato e triste che adesso probabilmente ogni cosa sarebbe mutata».
C’è una vertigine, nelle pagine di Malacqua, che è la stessa che turba la popolazione napoletana. Che agita fantasie e miserie, e le impedisce di accettare del tutto i moderni ritmi urbani e borghesi. In una parola, la Sto-ria.

[...] la beckettiana “attesa dell’Accadimento”, come recitava il sottotitolo di Malacqua unico romanzo – capolavoro – di Nicola Pugliese, che da Napoli subito dopo fece perdere le sue [...]