Politica, comunicazione e propaganda. L’innovazione della Pubblica Amministrazione locale incontra, nel Mezzogiorno, mezzo secolo di problemi arretrati. Oltre cinquant’anni di ambiguità e di miopia, di cattive abitudini mai totalmente dismesse, in un “giuoco delle parti” che coinvolge lo Stato centrale da una parte, e classe politica e dirigente del Sud dall’altra.
Il primo problema è la falsa sussidiarietà dei fondi pubblici. Dalla Cassa per il Mezzogiorno ai commissariati straordinari inaugurati dal terremoto del 1980, fino alla gestione dei fondi europei, le risorse definite come “sussidiarie”, nel Sud hanno spesso sopperito gli endemici deficit della PA. Non hanno affiancato, ma praticamente sostituito le risorse ordinarie.
Troppo spesso, venuto meno il cosiddetto “aiuto esterno”, è finito anche il servizio creato (come gli uffici stampa della Città del fare cancellati per limiti di bilancio); oppure, sono nati “servizi imperfetti”, come le centinaia di siti web istituzionali non aggiornati che si incontrano in rete. È una situazione paradossale quanto notoria, da questione meridionale, da manuale di storia contemporanea. Eppure non è stata ancora risolta.
Tutto diventa più complicato, poi, se si parla di comunicazione pubblica. Perché entrano in gioco le “cattive abitudini” della politica, e il fragile mercato editoriale del Mezzogiorno. Qui le realtà editoriali solide sono poche. Sempre più scarse le possibilità di essere assunti in una redazione. E il precariato espone giornalisti e pubblicisti, soprattutto i più giovani, alle proposte della politica. Un ufficio stampa comunale è una buona opportunità, anche se solo per qualche anno. Ma troppo spesso il requisito fondamentale per lavorarci non è la professionalità, con la stima e la fiducia che può ispirare. Basta, molto più semplicemente, la fedeltà.
Quella che dovrebbe essere la “voce istituzionale” di una PA, finisce così per propagandare progetti e curare l’immagine della politica. Svolgendo di fatto le oneste funzioni di un Portavoce (figura pure prevista dalla Legge 150/2000, ma non riservata ai giornalisti). Il dialogo tra amministratori e amministrati ne esce falsato, la trasparenza offesa. E poi c’è l’altra possibilità: affidare un ufficio stampa ad un giornalista conosciuto (spesso indirettamente, attraverso qualche “testa di legno”) per assicurarsi visibilità su carta stampata e televisioni locali. Aggirando le prescrizioni della Legge e calpestando la deontologia professionale.
Tra queste ambiguità – beninteso, non solo meridionali – continua a naufragare la corretta applicazione della 150/2000.
Questa analisi-riflessione, ancora di fondamentale attualità, è stata oggetto della relazione di Giuseppe Pesce al COM.P.A. 2007, il Salone Europeo della Comunicazione Pubblica svoltosi a Bologna ai primi di novembre del 2007.
All’evento, Pesce ha presentato insieme al collega Carlo Cristarelli l’Ufficio Stampa Associato Città del fare, un progetto finanziato con oltre 500mila euro di fondi europei, che ha garantito tra 2004-2006 il servizio di ufficio stampa istituzionale in dieci Comuni della provincia di Napoli (Acerra, Afragola, Brusciano, Caivano, Cardito, Casalnuovo, Castello di Cisterna, Crispano, Mariglianella, Pomigliano d’Arco).
Il progetto realizzato e curato dai due giornalisti napoletani, nonostante la qualità del servizio e gli unanimi apprezzamenti a livello locale e nazionale, si è concluso alla fine del 2006 perchè dopo il finanziamento europeo non ha trovato il necessario sostegno economico dei Comuni interessati.
