Napoli, 23 nov 1980: davanti al terremoto, ci si sforzava ancora di trovare una risposta ai bisogni della gente; il racconto di Osvaldo Cammarota, consigliere delegato ai senzatetto tra 1977-1983, (l’avventura con Valenzi, le brigate rosse, le manganellate insieme a Geremicca…) e una spalla di considerazioni sull’attuale emergenza…
La politica si è allontanata dalla gente? Non basta. Al solito refrain si potrebbe aggiungere una riflessione ben più preoccupante: «la politica sta allontanando la gente dallo Stato». Lo pensa, in questo lungo inverno dell’emergenza napoletana, Osvaldo Cammarota, uno dei protagonisti della più tragica emergenza vissuta dalla città negli ultimi trent’anni. Quando la terrà tremò, il 23 novembre del 1980, lui non era seduto su una poltrona che scottava, ma su un barile di polvere da sparo: era il consigliere comunale delegato ai problemi dei senzatetto. E del terremoto non ricorda solo le macerie, ma anche l’impegno, gli sforzi della politica e degli amministratori napoletani, per dare una risposta ai problemi della gente. «Mentre oggi ci troviamo di fronte ad un’emergenza creata dall’inefficienza della politica e della pubblica amministrazione».
Il racconto di Cammarota – che si è occupato dei senzatetto dal 1977 al 1983 – è prezioso, perché il terremoto dell’Ottanta rischia di restare ascritto negli annali napoletani solo per le vergognose vicende della ricostruzione. Mentre è stato anche un banco di prova importante per la sinistra napoletana e per il “sindaco-galantuomo” Maurizio Valenzi.
«A portare Valenzi alla guida della città nel 1975 non fu forse solo il clima politico, ma anche una nuova fiducia nel PCI, che qualche anno prima si era mobilitato per far fronte ad un’altra grande emergenza, il colera del 1973, davanti alla quale gli amministratori napoletani si erano dileguati».
A quelle elezioni, Cammarota, giovane militante di appena vent’anni, aveva preso 3.500 voti. Non erano bastati per essere eletto, ma andava orgoglioso che in un seggio di Posillipo aveva addirittura battuto Achille Lauro. Entrò in consiglio comunale due anni dopo, nel 1977, quando il partito fece dimettere Di Meo, il consigliere delegato ai senzatetto che aveva assegnato una casa ad una sua commarella. La delega passò così nelle sue mani, che a 22 anni era il più giovane a sedere in consiglio comunale.
Sfrattati, sgomberati per crolli, baraccati, senzacasa del dopoguerra accampati sul tetto dell’albergo dei poveri di piazza Carlo terzo: a Napoli erano stimate 10mila famiglie di senzatetto. Per la prima volta fu realizzata una anagrafe, e il numero reale scese a 1.700 famiglie. Molte di meno, ma comunque molte. Fu aggiornata la graduatoria, e il comune stanziò una trentina di miliardi per acquistare circa 170 case.
Sembrava l’inizio di una soluzione, ma nel 1980 la situazione precipitò. Perché il terremoto diede il colpo finale ad un patrimonio immobiliare vetusto e cadente (buona parte dei senzatetto provenivano da edifici sgomberati che già prima minacciavano di crollare!) e i numeri si impennarono: 35mila famiglie, più di 80mila persone senza casa.
L’episodio più drammatico fu il crollo di un palazzo delle Case Popolari in via Marina. Gli “spezzoni” di famiglie sopravvissuti furono alloggiati provvisoriamente su una nave ancorata nel porto, e poi sistemati nelle case dei senzatetto, ignorando la graduatoria. Cammarota finì sotto processo per abuso di potere, abuso d’ufficio e peculato per distrazione. Ma fu prosciolto in istruttoria. Si difese da solo, mostrando al giudice il telegramma del prefetto Zamberletti, che gli chiedeva di fronteggiare in questo modo l’emergenza.
Intanto, le Brigate rosse soffiavano sul malcontento dei napoletani. E per la sua attività istituzionale, Cammarota era considerato un “controrivoluzionario”. Nel 1981, quando in un covo delle br fu ritrovata la lista dei suoi spostamenti, gli fu assegnata persino la scorta. I brigatisti, che avevano rapito l’assessore Cirillo, chiedevano la requisizione delle case sfitte per i senzatetto. Il democristiano Zamberletti diede il potere al sindaco Valenzi, che attivò l’assessore Luigi Imbimbo e Cammarota: «tra le macerie, le br tentavano di accreditarsi chiedendo un’azione scontata, che era l’unica possibile, perché la drammaticità della situazione non lasciava alternativa».
Tra gli edifici requisiti c’erano quelli dell’imprenditore Sagliocco, che ricorse alla magistratura e riuscì ad ottenere lo sgombero di un palazzo di via Pigna.
Scortato dalla Digos, Cammarota andò a sedare gli animi insieme ad Andrea Geremicca. Li accolsero i poliziotti della Celere, che li caricarono e li mandarono all’ospedale. Lo Stato era andato in corto circuito: gli amministratori impegnati a risolvere i problemi della gente venivano presi a manganellate dalla polizia che doveva eseguire uno sgombero disposto dalla magistratura.
Nel 1983 Cammarota fu “promosso” assessore al patrimonio, lasciando in altre mani i problemi dei senzatetto (si preparava la grande stagione d’oro della ricostruzione).
Molti anni dopo, al comune di Ercolano, dove lavorava al patto territoriale del “Miglio d’oro”, un suo collaboratore gli confidò: «facevo parte del commando delle br che ti doveva sparare».
(sulla degenerazione della democrazia…)
Secondo Cammarota, trent’anni fa, davanti all’emergenza dei senzatetto (esplosa poi con il terremoto del 1980), la politica si impegnava ancora a mediare tra i bisogni della gente e il mercato, il potere economico. Nella vicenda dei rifiuti, invece, politica e amministratori non hanno svolto (e non svolgono) alcuna mediazione. Sono stati accondiscendenti con i poteri economici, ed hanno alimentato demagogicamente la protesta per gestire gli aiuti finanziari.
«La politica non si sforza più di risolve i problemi della gente, ma si sta trasformando sempre di più in un corpo parassitario, addirittura dannoso per la società».
Non è una questione di responsabilità individuali, ma un processo degenerativo della democrazia italiana: «Siamo passati dalla democrazia delegata al consociativismo degli anni Settata, poi al decisionismo craxiano ed infine al leaderismo berlusconiano-bassoliniano».
Una parabola che ha allontanato la gente dalla politica. Anzi, di più. Sta allontanando la gente dallo Stato. «La soluzione è nella partecipazione. Ma è una strada tutta in salita».
Nella foto: La prima pagina de “Il Mattino” del 24 novembre 1980
